Figurine Romaniste

La storia delle raccolte calcistiche attraverso le immagini giallorosse

Questo libro racconta la storia delle raccolte di figurine calcistiche attraverso le immagini della Roma, dal 1927 al 1980. Un volume nel quale si trovano tutte le facce di tutti i giocatori che abbiano giocato con la maglia giallorossa, e di cui sia stata prodotta la “figu”.

Dagli albori delle prime raccolte anteguerra agli anni Settanta, percorrendo tutta l’evoluzione della figurina: le prime non adesive, poi quelle cartonate di grande formato, poi le classiche con la “velina” ed esperimenti su ogni  tipo di materiale e per ogni tipo di utilizzo, dal tessuto alla plastica, dai magneti ai tappi a corona. Un percorso che racconta l’evolversi di quelle immaginette colorate e dei molti editori che le hanno prodotte: i produttori di dolciumi o caffé che le utilizzavano come incentivo alla vendita del prodotto, i distributori tramite dispenser assieme alle gomme da masticare fino alle multinazionali che le commercializzano in bustine.

Copertina del libro Figurine Romaniste
Copertina del libro Figurine Romaniste

Il prezzo di copertina è di 25 euro ed disponibile ordinandolo sul sito www.edizionisportmedia.com e ricevendolo comodamente a domicilio senza pagare le spese di spedizione, oppure è possibile ordinarlo in qualsiasi libreria (il distributore nazionale è Libro Co di San Casciano Val di Pesa).

Autori: Luca Ghiglione, Paolo Guccini

formato 21×29,7, 258 pagine, Euro 25,00

EDIZIONI SPORTMEDIA srl

Libro Figurine Romaniste, gli anni trenta
Gli anni trenta

L’introduzione di Daniele Lo Monaco (direttore “Il Romanista”)

Quando questi pazzi di Luca Ghiglione e Paolo Guccini, i responsabili di questa meraviglia che state sfogliando, mi hanno contattato per chiedermi un parere sull’impresa a cui si stavano accingendo, ho sinceramente creduto che non riuscissero davvero a portarlo a termine, almeno per come mi era stato descritto.

Se nessuno al mondo era mai riuscito a mettere insieme una ricostruzione storica come questa, un motivo doveva pur esserci. Poi però un giorno mi è arrivato il file, ho cominciato a sfogliarlo (virtualmente) con crescente partecipazione scorrendo quadratino per quadratino, rettangolino per rettangolino, tondino per tondino, e ho capito che c’erano riusciti, tanto da permettermi di ricostruire gran parte della mia vita precedente, quella che per ogni tifoso va dal giorno della fondazione fino all’anno in cui siamo realmente venuti al mondo. Perché poi più o meno da quando nasciamo i ricordi sono diretti, senza mediazione.

Peraltro questa raccolta arriva molto più in là rispetto ai giorni del mio concepimento, si ferma al 1980, ma non è un errore: è solo un primo volume, un po’ come quando Quentin Tarantino butta giù la sceneggiatura di un film che prevede talmente tante cose che poi è costretto lui stesso a spezzarlo in più volumi. Kill Bill come il libro sulle figurine della Roma. Non resta che entrarci dentro.

Il lavoro enciclopedico raccoglie 2500 figurine, selezionate tra 3500 documenti raccolti. A guardarle non si finirebbe mai, sarà che quell’accostamento cromatico tra il giallo e il rosso rappresenta per noi il massimo dell’eleganza che si possa ammirare su un campo di calcio, riempie gli occhi nella costanza dei due colori pure in presenza di maglie di foggia, tessuto e grandezze differenti.

C’è il periodo dei laccetti, quello dei collettoni larghi, quello dei bottoncini e quelli a giro collo, a volte il collo viene cinto da un doppio risvolto di lana simile a un dolcevita, pensa le sudate, oppure c’è il periodo degli scolli a V, più o meno ampi, tanto che in alcuni la punta della V indica direttamente l’ombelico, lasciando scoperti petti villosi (clamorosi quelli di Guarnacci e Renato Cappellini), come se si trattasse di una versione estiva di una stessa maglia invernale. E invece non era così, poteva capitarti di portare la maglia di lana pure a maggio, o lo scollo a gennaio.

Tutto fissato per l’eternità su questi visi scolpiti nel tempo, espressioni che non rivelano solo l’identità del calciatore immortalato, ma spesso tratteggiano l’epoca che quella squadra ha attraversato. È incredibile notare, ad esempio, come non ci sia un solo calciatore barbuto negli oltre cinquant’anni rappresentati in questo volume, al massimo il pizzetto di De Min o la mancata rasatura di un giorno di Prati.

Curioso anche come le descrizioni sappiano individuare i limiti o le aperture del lessico utilizzato in un determinato periodo storico. De Sisti nel retro di una certa edizione era definito “prodotto locale”, che se ci provasse qualcuno a scriverlo oggi di Faticanti rischierebbe la lapidazione da social network. I calciatori erano anche tutti più religiosi una volta, o almeno c’era maggior tolleranza sull’utilizzo delle catenine d’oro, spesso in evidenza su quei colli slabbrati, spioventi dentro al collo per il peso di medagliette che ne testimoniavano la fede.

C’è la figurina col quiz: “Su quale monte italiano vive la maggior parte degli stambecchi?”. Immaginiamo frotte di italiani a farsi la domanda, senza poter consultare alcune fonte (Internet, chi era costui?) e mandare la risposta per iscritto, confidando solo nelle proprie conoscenze e ovviamente nella celerità del servizio postale. L’Olimpico sembra un luogo diverso non solo nell’architettura rispetto ad oggi: un catino largo, bianco, mastodontico, sdraiato nel parco del Foro Italico e, secondo la descrizione, capace di contenere 95.000 spettatori. Adesso festeggiamo i sold-out con 60.000 tifosi. Gli altri 35.000 ce li siamo persi per strada tra un seggiolino a norma europea e una barriera da settore ospiti. 

I colori delle maglie sono leggermente diversi tra di loro. Una volta più scura, una volta più chiara, c’è la divisa a righe verticali tipo Catanzaro, ma è sempre della Roma. C’è la maglia arancione con due bande verticali più scure da una parte, indossata con fierezza dal capelluto Walter Sabatini. Ci sono improbabili pantaloncini blu indossati da Pelagalli e da Capello, addirittura una divisa bianca con pantaloncino nero che fa tanto Germania di Beckenbauer, se non fosse per il risvolto giallorosso e perché il mascellone che si staglia nella foto è quello di Sergio Santorini, uno che per quanto ci riguarda al Kaiser non aveva nulla da invidiare. A vedere la cura con cui viene immortalato oggi Cristiano Ronaldo dai suoi fotografi personali ci strappano un sorriso i volti stralunati di Spadoni e Cordova, i ciuffi ribelli, gli sguardi smunti.

Sembra rivoluzionaria la divisa arancione con lupetto di Gratton indossata da Di Bartolomei, e lo era sicuramente la maglia gialla canarino da portiere della stessa edizione con le tre strisce dell’Adidas nere portata con disinvoltura da Tancredi e Conti. E c’è anche la mitica Pouchain, negli anni dei baffoni sfoggiati da Paolo Conti, Amenta, Benetti, Pruzzo, Boni e Batistoni. Barbe invece, come detto, nessuna. Tutte le mattine i calciatori si radevano a fondo, che arrivasse il fotografo oppure no. Li faceva sentire più evoluti. Oggi se non hai la barba neanche il provino per le giovanili ti fanno.

Stagione 1969/70

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